Un articolo esemplare di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di ieri.
Nella prima parte descrive la situazione attuale in termini realistici. Ad esempio:
"abbiamo un sistema d'istruzione dal rendimento assai basso; una burocrazia sia centrale che locale pletorica e inefficientissima; una giustizia tardigrada e approssimativa; una delinquenza organizzata che altrove non ha eguali; le nostre grandi città, con le periferie tra le più brutte del mondo, sono largamente invivibili e quasi sempre prive di trasporti urbani moderni (metropolitane); la rete stradale e autostradale è largamente inadeguata e quella ferroviaria, appena ci si allontana dall'Alta velocità, è da Terzo mondo; la rete degli acquedotti è un colabrodo; il nostro paesaggio è sconvolto da frane e alluvioni rovinose ad ogni pioggia intensa, mentre musei, siti archeologici e biblioteche versano in condizioni semplicemente penose. Per finire, tutto ciò che è pubblico, dai concorsi agli appalti, è preda di una corruzione capillare e indomabile. C'è poi la nostra condizione economica: abbiamo contemporaneamente le tasse e l'evasione fiscale fra le più alte d'Europa, mentre gli operai italiani ricevono salari ben più bassi della media dell'area-euro; il nostro sistema pensionistico è fra i più costosi d'Europa malgrado le numerose riforme già fatte e siamo strangolati da un debito pubblico il pagamento dei cui interessi c'impedisce d'intraprendere qualunque politica di sviluppo. Ancora: nessuno dall'estero viene a fare nuovi investimenti in Italia, ma gruppi stranieri mettono gli occhi (e sempre più spesso le mani) su quanto resta di meglio del nostro apparato economico-produttivo; nel frattempo il processo di deindustrializzazione non si arresta e la disoccupazione, specie giovanile, resta assai alta."
Nella seconda parte evita di prendere posizione sulle responsabilità. Mette in un unico calderone chi si oppone a questo stato di cose e chi lo nega, affermando che in Italia le cose vanno meglio che in altri paesi e che bisogna semplicemente essere più ottimisti:
"Chi dovrebbe parlare resta in silenzio. Resta in silenzio il discorso pubblico della società italiana su se stessa, consegnato ad una miseria che diviene ogni giorno meno sopportabile. Ma soprattutto resta in silenzio la politica, divisa tra lo sciropposo ottimismo di Berlusconi, il suo patetico «ghe pensi mi» da un lato, e la vacuità dei suoi oppositori dall'altro. Bersani, La Russa, Bossi, Fini, Bondi, Vendola, Verdini, Di Pietro, Casini, e chi più ne ha più ne metta credono di parlare al Paese con le loro dichiarazioni, le loro interviste, i loro attacchi a questo o a quello, i loro progetti di alleanze, di controalleanze e di governi: non sanno che in realtà se ne stanno guadagnando solo un disprezzo crescente, ne stanno solo accrescendo la distanza dal loro traballante palcoscenico. Sempre più, infatti, la loro produzione quotidiana di parole suona eguale a se stessa: ripetitiva, irreale, ridicola."
Fa anche un unico calderone della stampa italiana, accusata di costituire
"un sistema dell'informazione anch'esso perlopiù perduto dietro la chiacchiera, il «retroscena», il titolo orribilmente confidenziale su «Tonino» o «Gianfri», il mortifero articolo di «costume»."
Ma il "tutto va bene" di Berlusconi e dei suoi non ha la stessa valenza dei tentativi delle opposizioni di affrontare i problemi del paese. Le scelte dei vecchi alleati del centro destra come Casini e Fini di distanziarsi dall'allegro cavalcare il disastro italiano non sono scelte di comodo. Le opposizioni storiche non sono tutte uguali: non si può confrontare la serietà di Bersani con l'arrivismo individualistico e la scarsa onestà intellettuale di Di Pietro.
E non si può mettere insieme Belpietro e De Bortoli, Minzolini e la Gabanelli in un unico fascio. Farlo non è qualunquismo. E' evitare di dire tutta la verità. E chi evita di dire tutta la verità risulta complice.
Pagine
giovedì 30 dicembre 2010
martedì 21 dicembre 2010
lunedì 13 dicembre 2010
sabato 27 novembre 2010
I rischi dello sviluppo indisciplinato
David L. Parnas: "Risks of Undisciplined Development", in Communications of the ACM, 10/2010.
"Recent experiences reminded me that the activity we (euphemistically) call software engineering does not come close to deserving a place among the traditional engineering disciplines. [...]
Many of us preach about the importance of determining the requirements a software product must satisfy, but we do not show students how to organize their work so they can systematically produce a requirements specification that removes all user-visible choices from the province of the programmer. [...]
We are caught in a catch-22 situation:
* Until customers demand evidence that the designers were qualified and disciplined, they will continue to get sloppy software.
* As long as there is no better software, we will buy sloppy software.
* As long as we buy sloppy software, developers will continue to use undisciplined development methods.
* As long as we fail to demand that developers use disciplined methods, we run the risk—nay, certainty—that we will continue to encounter software full of bugs."
"Recent experiences reminded me that the activity we (euphemistically) call software engineering does not come close to deserving a place among the traditional engineering disciplines. [...]
Many of us preach about the importance of determining the requirements a software product must satisfy, but we do not show students how to organize their work so they can systematically produce a requirements specification that removes all user-visible choices from the province of the programmer. [...]
We are caught in a catch-22 situation:
* Until customers demand evidence that the designers were qualified and disciplined, they will continue to get sloppy software.
* As long as there is no better software, we will buy sloppy software.
* As long as we buy sloppy software, developers will continue to use undisciplined development methods.
* As long as we fail to demand that developers use disciplined methods, we run the risk—nay, certainty—that we will continue to encounter software full of bugs."
domenica 7 novembre 2010
Non più di dieci
Un pattern sulla composizione dei gruppi di lavoro, formulato anni fa da Linda Rising, che ne parla in un articolo recente su IEEE Software, "The Benefit of Patterns".
venerdì 5 novembre 2010
Watts Humphrey
Pochi giorni fa è morto Watts Humphrey, fondatore del Software Engineering Institute (SEI).
Edsger W. Dijkstra
Dijkstra, grande informatico olandese, morì nel 2002. Solo ora, però, Communications of the ACM ha pubblicato uno stralcio di una sua intervista del 2001, davvero interessante.
L'intervista completa è disponibile gratuitamente sul sito del Charles Babbage Institute.
L'intervista completa è disponibile gratuitamente sul sito del Charles Babbage Institute.
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